Si è fatto carne; sguardo, carezza, lacrime…

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Si è fatto carne; sguardo, carezza, lacrime…

Dal vangelo secondo Giovanni   Gv 1,1-18

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità. 

  

E’ bello, in questo giorno di Natale, raccontare di noi, dei desiderio profondo di sentirci capiti e capire.  Voglia di luce.  Voglia di vedere volti che sorridono. Pescare, dal cesto della nostra esistenza, i sogni, le attese, le sofferenze, l’inquietudine che sempre ci prende nel nostro inquieto vagare. Noi, eterni pellegrini, perenni questuanti di luce, di amore.  E narrare di noi. Preoccupazioni, tensioni, insoddisfazione, incomprensioni, divisioni, rotture. Il Signore risponde al nostro grido. No, non si sbaglia il nostro cuore a desiderare di godere la vita nelle sue cose più semplici e vere.

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio. Dio che aveva parlato tante volte e in tanti modi, ormai è con noi. La parola di carne. Lei lo guarda, lui lo guarda, loro lo guardano: è poco più di un batuffolino di carne che strilla al freddo, ma negli occhi ha qualcosa di affasciante. L’indisciplinatezza del Bambino: i piedini che battono, il vagito musicale della vita, quello sguardo divino dentro un occhio di neonato. “Prendilo in braccio Giuseppe” – gli sussurra Maria. Il carpentiere è sbigottito, annientato all’idea di poter/dover toccare Iddio: “mio Dio” – si lascia scivolare dalle labbra mentre, con rispetto, se lo stringe al cuore. Poco più in là Maria cerca panni per farne pannolini: c’è da vestire Dio prima di depositarlo nel fieno degli umili. Tra le mani, panni di lino e di fasce: li scalda al fuoco e avvolge quel Mistero che giace nelle braccia sicure di quel carpentiere dal sangue nobile. Lo toccano, lo stringono, lo avvolgono: è un Dio incredibile solo a dirsi. Ad immaginarsi sembrava già pazzia. A toccarLo si lambisce il confine tra il dicibile e l’indicibile. “Dove lo mettiamo ora?” – è la prima preoccupazione di Maria. C’è del legno e Giuseppe se ne accorge, è la sua materia: il suo mantello sopra la sua materia e il primo letto del Salvatore è pronto. Dio con noi nasce bambino. Assume la nostra esistenza: nascita, la morte, gli incontri, l’amore, il sorriso, il dolore, le gioie semplici, le gentilezze date e ricevute, i sogni che ti abitano dentro, l’egoismo che ti blocca, i gesti di generosità che ti danno gioia… Semplici cose di ogni giorno che hanno sapore di vero.  Che odorano di umano. Che profumano di Dio. Perché è un Dio che si lascia toccare e baciare, coccolare e cambiare i panni, stringere. La casa di Dio: quel grembo vergine di Donna, quell’inspiegabile fiducia di Giuseppe, quell’ardito e ardimentoso sogno di Dio: “Dio si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi“. Si è fatto uomo. Pane e panni e stagioni, vagiti e silenzi, incontri e scontri, Cielo e disperazione: c’è dell’inspiegabile in quello sguardo attonito e divino contornato da quei due, curvi sulla greppia a contemplare quel visetto grosso come un pugnetto d’uomo. A contemplare Dio, sorto da un’anonima storia d’amore di periferia. Di Nazareth.

Il Verbo si è fatto carne, la Parola di Dio, si è fatta carne. Volendo perciò tradurre la densità della parola “carne” pensiamo ai nostri cinque sensi, a questi strumenti del nostro esistere e del nostro comunicare. Se il Verbo si è fatto carne, vuol dire che ha scelto la strada che lo avrebbe portato a sentire, a gustare, a toccare, a vedere, a odorare; a entrare cioè in questo ritmo di gesti umili e immediati, eppure costitutivi della nostra umanità. Penso alle carezze che Gesù ha dato ai bambini e dico: “Il Verbo si è fatto carezza”. Penso al pianto di Gesù davanti alla tomba di Lazzaro e dico: “Il Verbo si è fatto lacrime”. Penso a quella specie di fango applicato sugli occhi del cieco nato e dico: “Il Verbo si è fatto saliva”. Penso… Il Verbo si è fatto questo nostro gioire e patire attraverso i sensi ora vivaci, ora intorpiditi dalla fatica, sempre comunque nel segno della fragilità. Quando noi diciamo ‘il Verbo si è fatto carne’ diciamo allora: Dio, nell’incarnazione, ha pronunciato ed inserito nel mondo la sua Parola ultima, la più profonda, la più vera, la più bella, la più efficace, una Parola che non può essere ritrattata perché è l’azione definitiva di Dio, perché è Dio stesso nel mondo. E questa Parola significa: io amo te, te mondo, te uomo.

Allora Egli ripete a noi ciò che nella sua nascita ha già detto: Io sono qui, presso di voi, Io sono la vostra vita, io sono il vostro tempo. Io sono nella vostra gioia: non abbiate paura di essere contenti perché, da quando io ho pianto, la gioia è più vera della tristezza di coloro che pensano di non avere speranza. Io sono nei vostri amori, quelli intensamente vissuti e quelli faticosamente e fedelmente adempiuti: perché io sono l’Amore dentro ogni vero amore. Tutti quelli che accolgono la mia salvezza sono nati nella notte santa, perché essa comprende ed abbraccia tutti i vostri giorni e tutte le vostre notti.

don Guido